“La ragazza dai sette nomi. La mia fuga dalla Corea del Nord” di Hyeonseo Lee

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La ragazza dai sette nomi… come ci si sente quando, per sette volte, la nostra identità, che viene da subito e per sempre associata al nostro nome, viene cancellata con un colpo di spugna?

Ho scelto questo libro perchè mi vergognavo a conoscere solo superficialmente la situazione della Corea del Nord e perchè mi piacciono molto le testimonianze in prima persona, senza alcuno sforzo riescono ad essere molto più complete di quanto potrebbe fare il miglior cronista.

Non mi dilungo su quanto sia terribile questo tema. Tutti noi abbiamo studiato le dittature e ciò che salta subito all’occhio è la loro somiglianza. Paura. Privazione. Gente braccata. Annientamento dell’autodeterminazione e del libero arbitrio.

Ciò che mi disgusta è constatare che nulla cambi. Queste atrocità sono in corso mentre scrivo e lo saranno quando voi leggerete. L’uomo non fa che progredire nelle scienze, nella tecnologia, nella filosofia… eppure le sue miserie rimangono immutate.

Ogni volta che durante la lettura mi imbattevo in un episodio di violenza ho pensato: quanto sarebbe facile e bello se ora questo poliziotto non sparasse, abbracciasse il prigioniero, gli desse da mangiare e lo riaccompagnasse dalla sua famiglia. Come sarebbe bello e facile se tutte le armi venissero buttate in terra e invece di dividersi in gatti e topi ci si trovasse tutti insieme a far festa.

Lo so che suona puerile, ma credo davvero che sia molto più facile tendere una mano che essere carnefici – lasciamo da parte il discorso che sia più facile eseguire gli ordini che seguire il proprio pensiero, sto ragionando in senso lato –  .

E poi l’ipocrisia. L’ipocrisia di un potente che imposta un credo – politico o religioso poco importa – su se stesso, che costringe la popolazione ad una vita di stenti convincendola che sia la migliore possibile e che lui sia in prima linea a soffrire con loro e per loro quando vive nell’agio. Mi arrabbio anche mentre scrivo. Prendere in giro milioni di persone. Rovinare loro la vita. Privarle della dignità.

Durante il libro, la protagonista adolescente commette qualche ingenuità e ricordo di averla mal giudicata. Poco dopo me ne sono pentita perchè pretendevo che avesse senso critico e nozioni pratiche che non avrebbe mai potuto imparare dagli adulti nè tantomeno a scuola. Come si deve sentire una persona quando, fuori dal suo paese, scopre che tutto il mondo gira su meccanismi diversi, a lei completamente alieni? Non sorprende che in Corea del Sud siano obbligatori corsi di integrazione sociale, nè che alcuni transfughi non sopportino la responsabilità delle proprie vite e decidano di ritornare nella Corea del Nord per lasciare che sia l’amorevole stato ad occuparsi di loro.

“Una delle principali ragioni per cui la distinzione fra oppressori e vittime è tanto sfumata in Corea del Nord è che nessuno laggiù ha la minima idea di questi diritti. Per sapere che i tuoi diritti vengono violati, o che tu stai violando quelli di un altro, prima devi sapere di averli e quali sono.”

Solo io lo trovo raccapricciante? Nel 2017, l’era dell’informazione e della comunicazione, un’intera nazione è chiusa in una bolla. Le persone sanno e vedono solo ciò che una, una sola, confeziona per loro, per tenerli soggiogati e far sì che ne siano anche grati.

Ha del geniale, ma resta raccapricciante.

p.s. oggi ho viaggiato tutto il giorno. Treno. Aereo. Bus.

Stanchissima sì, ma sempre grata a tutti questi tempi morti che mi permettono di leggere senza sentirmi in colpa!

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