“Il Racconto dell’Ancella” di Margaret Atwood

Oggi tu ed io, caro lettore, giocheremo al “facciamo che…”, come quando eravamo bambini.

Facciamo che tu sia una donna.
Facciamo che tu abbia un figlio.
Facciamo che, in virtù della tua indiscussa fecondità, tu venga rapita.
Facciamo che tu non sappia la sorte di tuo marito e che tua figlia venga portata via per obbligarti a diventare una bestia da riproduzione al servizio di uomini potenti che non riescono a procreare con la legittima moglie.
Facciamo che tu sia un’Ancella.

L’azione si svolge nel Nord America alla fine del XX secolo. Quando l’inquinamento radioattivo e chimico portano la popolazione umana a rischio estinzione, un golpe militare istituisce la Repubblica di Galaad che, per darsi un tono, si finge d’impronta biblica.

Il romanzo è scritto in prima persona dall’ancella Difred. Di Fred. Poichè il suo possessore, detto Comandante, si chiama, per l’appunto: Fred. Gli episodi della sua vita corrente si fondono con flashback alla vita “di prima” ed ai suoi flussi di pensieri. Piano piano – parecchio piano – vengono spiegati i meccanismi di questa orrenda teocrazia.
Ecco. Fine della sinossi.

Ci sono volte in cui, appena terminato un libro, non so rispondere ad una domanda banale come “ti è piaciuto?”. Questo perché il messaggio del romanzo ha ancora bisogno di fare il suo effetto, come una tachipirina. La prendi ed inizialmente è amara, ma sai che appena possibile ne trarrai un giovamento o, in questo caso, un insegnamento.
Perchè leggo storie che so benissimo mi faranno patire? Non è masochismo. E’ necessità di conoscere il male, l’orco che può ghermirci in mille forme e modi diversi.
La frase di Rodari che fa da sottotitolo al blog intende anche questo. Conoscere per non essere schiavi.
Bisogna crearsi gli strumenti per scoprire il pericolo, perchè il male solo raramente si manifesta per ciò che è. Tramite libri come questo per esempio, si deduce come le dittature agiscano perennemente allo stesso modo: creando problemi e paure offrendo poi una soluzione drastica per un ipotetico bene comune – eppure l’umanità sembra terribilmente refrattaria a capire l’antifona -.
Leggendo romanzi simili mi arrabbio, soprattutto per l’ipocrisia di questi maledetti potenti che riducono la vita del resto della popolazione al limite del vivibile, in virtù della creazione di un’umanità migliore, quando loro continuano a concedersi i piaceri che tanto condannano.

Per istituire un sistema totalitario […] è necessario offrire qualche beneficio e qualche libertà, almeno a pochi privilegiati, in cambio di ciò che viene loro tolto.

Giuro che più di una volta ho avuto l’istinto di prendere il libro e sbatterlo in testa al Comandante.

Terminata la lettura sono rimansta inizialmente un po’ delusa. Questo romanzo viene giudicato da Vanity Fair come più preveggente e forte di 1984 di Orwell. Ecco, no.

1984 è uno dei libri che più ha segnato il mio cervellino adolescenziale. Alla luce di questo, Il Racconto dell’Ancella non mi è parso incisivo e geniale allo stesso modo. Mi si è fatto però giustamente notare che Orwell e Huxley – Il mondo nuovo – letti precedentemente, probabilmente mi hanno preparata. Quindi ci ho riflettuto e sì, penso che se per primo avessi scoperto il libro della Atwood sarei rimasta più scioccata. Rileggendo poi i passaggi che ho evidenziato mi sono accorta che non è meno illuminante – anche se mi sono mancate precise spiegazioni pratiche sula struttura della Repubblica di Galaad e sui problemi che hanno portato la razza umana a rischio estinzione -.

Mentre Orwell ed Huxley analizzano questi terribili totalitarismi dal punto di vista del controllo sociale, la Atwood si concentra sul corpo della donna, depersonalizzato al massimo grado.
Le donne hanno lavori e vestiario a seconda del loro rango sociale. Sono monocromatiche oltre che monofunzioni. Il loro vero nome, i loro sentimenti sono annientati. Potremmo parlare di un comunismo del corpo femminile.
Anche la copertina di questa edizione rende bene l’idea. Una figura rossa a cui non viene disegnato il volto, un po’ perchè la protagonista non ce lo descrive, ma soprattutto perchè al mondo in cui vive non interessa. Trovo sia un’immagine molto forte.

Evito di ossevare il mio corpo, non perchè pensi che sia svergognato e impudico, ma perche non voglio vederlo. Non voglio vedere qualcosa che mi definisca così completamente.

Sono passi che mettono addosso molta angoscia.
Arrivare a voler ignorare il proprio corpo per ciò che sarebbe il motivo per amarlo è un abominio.
Ognuna a suo modo cerca di sopravvivere, per se stessa, ma soprattutto per i figli finiti chissà dove.

Raccontarti qualcosa significa credere in te, credere che esisti. Se ti sto raccontando questa storia è perchè voglio che esista. Racconto, dunque tu esisti.

Non tutte sopportano questa vita. Alcune decidono di porvi fine come ultimo atto di autodeterminazione e ribellione, altre si organizzano.

Ci possono essere alleanze anche in luoghi simili, anche in simili circostanze. E’ una certezza sulla quale si può contare, ci saranno sempre alleanze, di un tipo e di un altro.

Per quanto terrificante, la situazione delle Ancelle non è una delle peggiori dal punto di vista della mera sopravvivenza, il premuroso governo ha previsto inferni personalizzati per tutti. Le donne sterili, per esempio, sono confinate a smaltire rifiuti chimici che presto le uccideranno.

Ho abbastanze pane quotidiano, quindi non perderò tempo a parlarne. Il problema è mandarlo giù senza soffocare.

E nonostante la pena drastica per una donna sorpresa a leggere o scrivere sia il taglio della mano, verranno trovate testimonianze di queste vite disgraziate.

[…] tutto ciò che è ridotto al silenzio chiederà a gran voce di essere udito, anche se in silenzio.

Tutto in questa storia è terribile. Per me il pensiero più agghiacciante è che se non questa, altre situazioni simili sono accadute ed accadono realmente. Ogni volta ci si chiede come sia stato possibile e come, per determinte menti, i crimini più efferati siano stati giustificati e persino premiati in virtù di una coscienza morale totalmente deviata.

La normalità […] significa ciò cui si è abituati. Se qualcosa potrà non sembrarvi normale al momento, dopo un po’ di tempo lo sarà. Diventerà normale.

I miei sentimenti variano dalla rabbia, al disgusto, all’annichilimento.

Questo libro è stato edito per la prima volta nel 1985 ed in questo periodo se ne parla tanto perchè Bruce Miller ne ha tratto una serie tv. Appena finito di leggere ho cominciato a vederla – per il tema: soffriamo tutto in una volta – e sono curiosa di scoprire come abbiano fatto a trarne dieci puntate da cinquanta minuti l’una. Non mi pare ci sia sufficiente materiale. Tenete d’occhio il blog martedì e ve ne parlerò.
*AGGIORNAMENTO: martedì è passato e qui trovate l’articolo sulla serie tv.*

Mi spiace. Dopo essermi scervellata invano per pensare ad una musica da abbinare a questo romanzo ho capito che non può essercene nessuna. In questa storia non vi è spazio per le cose belle che l’umanità ha creato. La vita resa misera, vuota e squallida può avere un sottofondo solo. Il Silenzio.

***

Comunicazione di servizio:
durante la pausa estiva ho potuto pensare ed organizzare la programmazione futura del blog.
Il venerdì diventerà l’appuntamento fisso per gli articoli “canonici” su di un libro in particolare mentre il martedì sarà un jolly per articoli sulle rubriche, recensioni di film o libri che non stavano nel venerdì – per quello che mi pare insomma – e non sarà un appuntamento regolare.

Buon rientro a tutti!

8 commenti

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