“Accabadora” di Michela Murgia

Libro del mese di #ottobre !

Mi è stato regalato da un’amica dal momento che rugnavo per non aver mai letto qualcosa di Michela Murgia – e rugno bene -.
Ammetto che fino all’anno scorso non sapevo nemmeno chi fosse e l’ho scoperta tramite il programma Quante Storie condotto da Corrado Augias nel quale tiene una rubrica di libri.
Fornisce sempre ottimi consigli di lettura, ma la parte più cinicamente divertente sono le stroncature e gli inneggiamenti a ribellioni di alberi uccisi per stampare *robaccia* . Però… dopo averla sentita distruggere l’ennesimo libro senza esclusione di colpi ho pensato : “come scriverai mai per poter sparare a zero sul lavoro di tanta gente?”

Eh. Scrive bene. Molto bene.

Accabadora è la sua terza pubblicazione, ma il vero primo romanzo. E’ un libricino corto corto di appena 163 pagine che racchiude una di quelle storie che si ricordano.
L’accabadora – s’accabadóra “colei che finisce” – era il termine sardo con cui si indicava una donna che, chiamata dalla famiglia, praticava l’eutanasia sul malato terminale. La donna era considerata l’ultima madre e la pratica non era retribuita per non inimicarsi religione e superstizione.

Nell’ora della debolezza alcuni preferiscono diventare credenti piuttosto che forti.

Alcuni antropologi sostengono addirittura che questa figura non sia mai esistina, mentre altri ne hanno documentate fino agli anni Cinquanta dove, toh! è ambientata la nostra storia.

Anche la figura della madre è molto controversa. C’è quella naturale che partorisce Maria, ma che non ha nè soldi nè interesse a sfamare la quarta figlia: l’errore dopo le tre cose giuste.
Poi c’è Tzia Bonaria Urrai che l’adotta e cresce. L’ultima madre. L’accabadora.
Maria diventa quindi “fill’e anima”. Generata due volte.

Maria capito non aveva per nulla, ma annuì lo stesso, che non tutte le cose si ascoltano per capirle subito.

Se dovessi dare un colore a questo romanzo sarebbe il grigio. Michela Murgia ci racconta una storia dove il bianco e il nero non esistono, giusto e sbagliato si confondono e dove Maria imparerà a non giudicare avventatamente.
Ho amato questo libro anche perchè mi ha fatto scoprire la Sardegna vera, non quella che vediamo d’estate, ma quella della gente che ci vive tutto l’anno con le atmosfere anni Cinquanta che nel mio immaginario fanno subito Don Camillo.
L’unico altro scrittore ad andarci vicino è stato Vitali.
Mentre però, uno dei suoi pregi è l’ironia e la caricaturalità dei personaggi, la forza della Murgia è la poetica. La sua scrittura è ricercata, ogni parola è evocativa di suoni, sensazioni, ricordi e vissuti.

Ogni volta che si leva quel lamento dalla musicalità sguaiata, era come se ai sorenesi venissero cantati i dolori di ogni casa, quelli presenti e quelli andati, perchè il lutto di una famiglia risvegliava la memoria mai sopita di tutti i singoli pianti passati. […] e ciascuno accorreva a piangere i proprio morti nel morto presente, per interposta assenza.

Questo libro è pieno di opinioni, saggezza e punti di vista. Condivisibili o meno poco importa sono rispettabili già solo perchè presenti. Odio gli scrittori che non hanno nulla da dire o, peggio, esprimono solo banalità spacciandole per antica saggezza.
La Murgia dipinge lo spaccato della vita in un paesino d’invenzione e delle regole sociali che lo governano. Le protagoniste sono due, ma tutti i personaggi hanno qualcosa da dire, una propria moralità, un proprio carattere e quindi una meravigliosa completezza.

Niente a Soreni era sbeffeggiato e tenuto ai margini quanto uno stupido, perchè se l’astuzia, la forza e l’intelligenza si potevano vincere ad armi pari, la stupidità non aveva peggiore nemico di se stessa, e la sua fondamentale imprevedibilità la rendeva pericolosa negli amici più ancora che nei nemici.

Oltre che della filosofia spicciola dei contadini.

Salvatore Bastìu non ci aveva mai creduto che la notte portasse consiglio. La notte porta la notte e basta. Chi ha giudizio sa che i consigli bisogna farseli dare da svegli, perchè ogni alba nuova è un agguato da cui difendersi come si può.

Chi mi conosce sa che non molto tempo fa guardavo con sospetto i libri “troppo sottili” e che spesso ne restavo insoddisfatta. Mi trascino ancora qualche retaggio di questo sciocco preconcetto ed in parte ne sono contenta perchè quando invece accade che un romanzo breve mi resti tanto impresso provo grande stupore e gratitudine.
Io ci sono stata a Soreni negli anni Cinquanta. Ho letto Accabadora.

Questo libricino si è aggiudicato il Premio Dessì nel 2009 e Premio Campiello 2010 e nel 2018 arriverà a teatro in molte città d’Italia con la regia di Veronica Cruciani e l’attrice Monica Piseddu nel ruolo di Maria. Se interessati vi consiglio di affrettarvi perchè molte vendite stanno o sono già partite in questo mese.

La foto è così perchè ho finito di leggerlo camminando. Dovevo arrivare dal punto A al punto B durante uno sciopero dei mezzi, ma non esisteva smettessi di leggere a quindici pagine dalla fine.
La colonna sonora mi è stata gentilmente fornita dal parco. Trattandosi di uccellini e suoni vari, lascio a voi l’immaginazione.

Come sempre vi ricordo che sono affiliata ad Amazon e, nel caso voleste acquistare il libro, potete seguire questo link. Voi non avrete alcuna maggiorazione, mentre io riceverò una piccola commissione che utilizzerò per acquisti inerenti al blog.

3 commenti

  1. Si dice che il gesto compiuto dall’accabadora era considerato un gesto amorevole verso il malato. Tra l’altro, ho chiesto a mia nonna se abbia mai sentito storie di questa figura e non mi ha mai saputo dire se sia mai esistita nel paesino dove vive, ma effettivamente ci sono storie che la riguardano.
    E’ un piccolo giallo
    xD

    Mi piace

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