“Pastorale americana” di P. Roth

Allora. Proverò a parlarvi di questo libro. Per lungo tempo o pensato di non farlo – l’ho letto ad ottobre – , ma non merita di essere sorvolato solo perchè sia difficile rendergli meritatamente omaggio quindi: proviamoci.

Partiamo dal presupposto che questo libro sia l’America raccontata senza sconti, fronzoli o indoramenti di pillole. Le sue debolezze sono affrontate senza giudizi e, parallelamente, senza compassione alcuna.
Roth trasmette il suo punto di vista senza limitarsi a narrare i fatti, ha qualcosa da dire e, che ciò piaccia o meno, Pastorale americana è infarcito di opinioni. Risulta, a tutti gli effetti, un’efferata critica sociale.

L’immagine che abbiamo l’uno dell’altro. Strati e strati d’incomprensione. L’immagine che abbiamo di noi stessi. Vana. Presuntuosa. Completamente distorta. Ma noi tiriamo diritto e viviamo di queste immagini. “Lei è così, lui è così, io sono così. E’ successo questo, è successo per questi motivi…” Basta.

Protagonista è l’americano benestante tipico. Seymour Levov “lo Svedese”, di origini ebree, è l’incarnazione del sogno americano: un’azienza florida, la casa in pietra che ha sempre desiderato, una moglie bellissima ex Miss New Jersey e una figlia, Merry.

Al posto dell’anima ha l’affabilità.

Eppure, per sottolineare la caducità di questa vita perfetta, tutto crolla definitivamente quando Merry, come protesta contro la guerra in Vietnam, mette una bomba nell’ufficio postale e uccide un medico che si trovava nelle vicinanze durante l’esplosione.
Da lì in poi lo Svedese sarà costretto ad aprire gli occhi che la sua esistenza dorata aveva chiuso. Dovrà vedere l’America corrotta, povera, misera e superficiale.

Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibile del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.

Se siete di quei lettori che non sopportano le digressioni mettetevi l’anima in pace. Il filo conduttore della ricerca della figlia scappata dopo l’esplosione è solo un palese pretesto perchè Roth possa navigare gioioso in riflessioni e flashback. Nonostante lo faccia in modo egregio, ammetto che qualche volta ho alzato gli occhi al cielo. Non che non mi interessasse il nuovo argomento, ma io volevo sapere come procedesse la storia!
Una delle cose che poi mi ha fatto più male è stato il finale aperto. Già li odio di mio, in questo caso è stato però una tortura.
In più, se all’inizio è Nathan Zuckerman a raccontare la storia dello Svedese, poi non se ne parla più. Nemmeno alla fine. Non so, mi è parso incompleto. Se ci si avvale di un cantastorie mi piace che gli si permetta anche di salutare!

Un consiglio che vi do è leggere questo libro quando potete dedicargli il tempo che merita. Non fate come me che, troppo curiosa, l’ho letto in un mese molto pieno psicologicamente e lavorativamente. Sono certa che l’avrei apprezzato di più se avessi potuto dedicargli più che semplici ritagli temporali per di più distratta da altre incombenze.

Come colonna sonora più che l’Inno Nazionale americano non posso mettere!

E, nella vita di tutti i giorni, nient’altro da fare che continuare rispettabilmente ad avere l’enorme pretesa di essere se stesso, con tutta l’onta di essere, invece solo la maschera di uomo ideale.

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