“Anima” di Wajdi Mouawad

Ogni grido deve essere seguito da un silenzio perchè se ne senta l’eco. Chi urla di continuo il proprio dolore non ne vedrà mai il volto, proprio come quelli che si ostinano a tacerlo.

Se seguite il mondo dell’editoria negli ultimi due anni lo avrete visto ovunque incensato da tutti… di conseguenza magari l’avrete anche letto… eh?
Per me è stato difficile parlarne, tanto che, dopo averlo finito, ho dovuto prendermi del tempo per chiarirmi le idee.
Togliamoci subito il problema della copertina, urliamo a gran voce come sia splendida, splendidissima, ipnotica e quasi fosforescente. 10+.
Altro aspetto positivo: l’idea di romanzo corale. A narrare le vicende saranno infatti gli animali che il protagonista incontrerà sul suo cammino e, in quanto tali, si limiteranno a raccontare ciò che osserveranno, scevri da ogni giudizio.

Noi cani percepiamo le emanazioni colorate che i corpi dei viventi producono quando sono in preda a una violenta emozione. Spesso gli umani si aureolano del verde della paura o del giallo del dolore, qualche volta di colori più rari: lo zafferano della felicità o il turchese dell’estasi.
Lui […] esala dal centro della schiena il nero del carbone, il colore della deriva e dei naufragi, appannaggio degli esseri incapaci di staccarsi dalla loro memoria e dal loro passato.

Saltano agli occhi i parallelismi tra la vita privata dello scrittore e quella del protagonista. Entrambi nati in Libano, trasferitisi in Francia e successivamente in Canada, ora però concentriamoci sulla trama che inizia come un thriller.
Un marito, dopo aver trovato la moglie orrendamente violentata e uccisa, si mette in cerca dell’assassino intraprendendo un inseguimento tra Canada e America che diventerà un viaggio interiore alla ricerca delle sue origini e dei misteri che le circondano.

Wow!
…eppure no. Vado controcorrente e ammetto che, dopo attenta riflessione, non mi è piaciuto né lo consiglio.
Il motivo principale è la sua crudezza. Badate, non sono nè schizzinosa nè facilmente impressionabile, ciò che però non sopporto è l’esagerazione, la violenza fine a se stessa e la sua continua ostentazione. In questo libro mi pare si esageri oltre ogni dire.
Mi rendo conto che Wajdi Mouawad abbia voluto mandare un messaggio, far arrivare al lettore gli orrori che i civili innocenti subiscono in guerra.
Capisco il tema della violenza animale finalizzata alla sopravvivenza contrapposta all’insensatezza di quella umana. Mouawad insiste sulla crudeltà umana che gode nel torturare il prossimo e arriva a drogarsi per esserne capace – qualora potesse risvegliarsi un briciolo di coscienza ed empatia – .

Quando [gli umani] sono contenti, quando sono occupati a far festa tutti insieme, non perdono tempo a immischiarsi degli affari di quelli che sono diversi da solo, e in genere risultano meravigliosamente gradevoli.

Capisco anche la teoria della memoria del sangue, quando cioè una persona ha l’infanzia o l’adolescenza segnate da un episodio profondamente cruento e diventa in età adulta una specie di parafulmine per altri eventi violenti.
Insomma, capisco tutto, ma è veramente troppo.
Non mi è piaciuto perchè sono stata male nel leggerlo e la lettura per me è un piacere. Un conto è leggere storie tristi e anche cruente, altra faccenda è essere costantemente attorniati da secchiate di sangue e da una violenza che ad un certo punto diventa fine a se stessa. Molti episodi avrebbero potuto essere raccontati diversamente senza per questo travisare i contenuti o il messaggio del romanzo.
Se dovessi descrivere in una parola questo libro userei dolore. E’ talmente tanto all’interno della trama da diventare quasi un personaggio a sè stante.
Ecco spiegato il mio impopolare no! Potete partire con gli insulti!

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