“Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson

Il dolore insito nel fatto che la morte fose parte della vita, inevitabile e imprescindibile, e che gli esseri umani fossero inaffibabili e pericolosi, che in ognuno di loro trovasse spazio il rischio di diventare sia vittima che carnefice, ma che non tutti capissero l’assoluta necessità di tenere in scacco il proprio carnefice e negare alla propria vittima il diritto di cadere in ginocchio.

Libro di #gennaio !

Io non mi chiamo Miriam è uno di quei romanzi che dividono il tempo tra il prima e il dopo la loro lettura. Ognuno di noi comincia un libro per i motivi più disparati. Quali che siano però, è una sorpresa emozionante trovare al suo interno molto più di quanto si pensasse.
Vi avviso quindi che questo articolo ridonderà sull’imperativo: leggetelo assolutamente.

Partiamo dal tema più evidente: l’Olocausto.
Come ho scoperto nell’interessantissima postfazione di Björn Larsson, prima di Io non mi chiamo Miriam, questo tema non è quasi mai stato romanzato. Tuttò ciò che troviamo in letteratura proviene da biografie, autobiografie e testimonianze. Ancora oggi, sembra aleggi un tabù sulla narrativa di questo argomento. E’ ovviamente comprensibile il riserbo degli scrittori nel parlare di un orrore tanto grande, ma, come dice la stessa autrice, ora che la maggior parte dei sopravvissuti è morta, anche i romanzieri ereditano la responsabilità di mantenere viva la memoria.
Majgull Axelsson riesce a trattare un argomento tanto delicato in tutta la sua profondità senza mai cadere nella miriade di trappole morali disseminate qua e là. Racconta semplicemente la storia di Miriam che, nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, rivela alla nipote di essere qualcun altro da chi appare ormai da settant’anni.

Chi è diventato genitori ha voluto proteggere i propri figli evitando di parlare delle esperienze vissute nei lager. Spesso le ha però raccontate ai nipoti.

Da qui in poi durante lunghi flashback scopriamo la tragedia di Malika, una quindicenne rom strappata alla famiglia e portata, insieme alla cuginetta e al fratellino, prima in una casa di educazione poi ad Auschwitz-Birkenau e Ravensbrück.

E dentro di lei si leva un grido che non osa lasciar uscire, ma che la colma, che colma perfino il buco nero nel profondo, che le fa letteralmente vibrare le viscere ma le dà anche la forza di cui ha bisogno. D’un tratto è forte.

Malika racconta lucidamente i fantasmi che la perseguitano da una vita e gli sforzi fatti per ricacciarli in un angolo scuro della memoria. Il lettore ripercorre con lei anche la parziale rinascita post bellica in Svezia, dove il nome rom viene ancora una volta sepolto sotto la protezione goduta dai rifugiati ebrei.
E qui veniamo al secondo grande tema di questo libro: la discriminazione fra rom ed ebrei.

I nazisti odiavano gli ebrei più di quanto odiassero gli zingari. E però gli altri prigionieri disprezzavano gli zingari più degli ebrei.

Come mai l’Olocausto degli ebrei gli è valso una maggiore dignità mentre non si può dire lo stesso dei rom? In un’interessante intervista che vi lascio qui, Majgull Axelsson – continuo a riscriverlo nella speranza di impararlo prima o poi -, dà la sua personale spiegazione: l’istruzione. Tramite quest’ultima, gli ebrei sono riusciti a raggiungere molti posti di rilievo all’interno della società, guadagnandosi il rispetto e l’accettazione dei gentili. I rom hanno preferito restare all’interno delle loro comunità, affidandosi tra l’altro ad una tradizione della cultura orale che ha impedito che questa venisse divulgata, apprezzata o anche solo notata all’esterno. Mentre gli ebrei vennero mandati nei campi di concentramento per ragioni etniche, i rom lo furono per ragioni sociali. L’ignoranza e il pregiudizio su questa cultura sono bastati per siglarne il destino. Così, persino dopo la guerra – ed è inutile negarlo: varrebbe anche oggi! – Malika continua a fingere di essere Miriam per puro spirito di sopravvienza e fa bene, poichè i rom vengono accolti per un breve periodo in Svezia per poi esserne espulsi.

I rom erano sempre stati odiati e disprezzati e per questo bisognava stare attenti a non cominciare a disprezzare se stessi.

A proposito del disprezzo di sè, mi ha toccato il cuore un brano, ambientato nella quarantena svedese, dove Miriam, dopo anni di incurie, imita i gesti di donne più adulte per lavarsi i capelli. L’intero processo è riportato nei minimi particolari e fa ragionare su come potersi prendere cura del proprio corpo, attraverso gesti tanto automatici da diventare banali, sia un riguardo fondamentale ed insieme lussuoso.
Una gioia che è un errore dare per scontata.

Miriam. Malika. La tragedia che questo libro racconta non è solamente l’Olocausto, ma l’intera vita di una donna trascorsa nella menzogna, definendosi qualcosa che non è per la giustificata paura di venire ripudiata da coloro che l’amano. Una tragedia lunga settant’anni. Talmente tanti che lei stessa in fondo sente di aver vissuto la vita di Miriam. Una donna che non ha mai conosciuto.

A fare poi da sfondo ai vari flashback c’è la vita della Miriam di oggi: mamma adottiva, nonna, vedova. Le dinamiche all’interno della sua famiglia mi hanno ricordato moltissimo La gatta sul tetto che scotta – film splendido con attorucoli quali Elizabeth Taylor e Paul Newman – . Durante una festa, vengono a galla tutti i non detti che da anni avvelenano gli animi e l’atmosfera finalmente si alleggerisce.

[…] io avevo troppo da perdere e così, mi guardavo bene dal creare problemi. Chi ne crea rischia di essere smascherato e non volevo che succedesse.

Parliamo ora dello stile di scrittura che, a mio insignificante parere, è semplicemente perfetto e incredibilmente vero. Nessuna parola in più, nessun mielato cordoglio, nessun pietismo, nessun fronzolo. Solo vita e umanità.
L’edizione Iperborea è come sempre un gioiello e ho passato un brutto momento nell’accorgermi dello strappo che le ho causato mettendola in borsa, ma insomma, i libri vanno vissuti e lui l’ho anche acquistato usato quindi pace&bene – piange sommessamente – .

Come colonna sonora, vista ovviamente l’assurdità di cercare una musica per l’Olocausto, mi sono concentrata sull’ambientazione nordica dipinta egregiamente dalla Axelsson che desidererei visitare da tempo – di solito i libri Iperborea sono ciò che utilizzo per placare la mia voglia a km 0! –  Insomma, ringrazio il compositore norvegese Edward Grieg che ci regala le due Melodie Elegiache op.34 !

Come sempre vi ricordo che sono affiliata ad Amazon e, nel caso voleste acquistare il libro, potete seguire questo link. Voi non avrete alcuna maggiorazione, mentre io riceverò una piccola commissione. Potete eventualmente anche offrirmi un simbolico caffè attraverso ko-fi. Inutile dire che ogni provente da questi due siti verrà utilizzato per acquisti inerenti al blog.

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